“È sua nipote?” le chiese il donnone dai capelli rossi sedendosi accanto sulla panchina, indicando la bella bambina ricciuta che si dondolava sull’altalena. Aveva esitato a farle quella domanda nel timore che potesse essere una madre attempata e non una giovane nonna, equivoco che poteva spesso verificarsi di questi tempi. In verità le era parso di sentire chiamare mamma, qualche volta, ma ora Carmela, la nonna, assentiva rivolgendole un sorriso. La luce di maggio nel parco faceva capolino tra il rosa e il bianco degli ippocastani. “Una bella bambina” aggiunse il donnone allargando il sorriso. “Sì” assentì con aria distratta Carmela sorvegliando con sguardo inquieto la piccola. “Figlia della figlia o del figlio?” insisté la donna. “Mi scusi” precipitosamente Carmela si alzò, interrompendo la conversazione. “Giulia!”. Richiamò con un cenno la nipotina che, ubbidiente, scese dall’altalena per correrle accanto. Aveva ragione la sconosciuta; era veramente una bella bambina, 5 anni, grandi occhi grigi con lunghe ciglia, nel sorridere assomigliava alla nonna. “Sì, mi somiglia” pensò orgogliosamente Carmela e somiglia anche a “lei”, la figlia scomparsa. Le si strinse il cuore a pensare alla propria figlia bambina, 30 anni prima, stessi occhi, stessi capelli, stesso giardino. Giulia aveva due anni quando lei, la mamma, aveva avuto l’ “incidente”. Il suo cuore, nel ricordo, aveva spesso moti dolorosi, ma Carmela sapeva che nulla poteva succederle, non ora, non finché la bambina avesse avuto bisogno di lei. E ora bisognava proteggerla dalla verità, anche se un giorno, il più tardi possibile si augurava, sarebbe venuta a galla. E lei, quel giorno, avrebbe dovuto esserle vicina. Arrivate a casa, sbrigò le faccende, di fretta come al solito, poi la piccola avrebbe chiesto, dopocena, prima di dormire, di leggerle una favola, una sola, a sua scelta. “Questa” indicò la bambina allungandole il libro. “Barbablù” lesse la nonna. “Ma sei sicura?” domandò inquieta. “Sììììì” insisté cocciuta Giulia. “Fa un po’ paura” tergiversò la nonna. La bambina si strinse nelle spalle. “Dai, leggi” insisté. E Carmela lesse. Lesse fino alla fine. La piccola stava attenta, con lo sguardo fisso in un punto. “Non doveva aprire quella porta” commentò seria sempre con quello sguardo perso. “No, però alla fine…”. “Alla fine ha scoperto la verità” tagliò corto Giulia. “Anche io non posso aprire certe porte, vero?”. Carmela trasalì al pensiero della scrivania nello studio. “Quella, ecco!” indicò Giulia con il dito puntato verso lo studio. “Mah, sì, è perché il nonno ci tiene certe carte importanti, che non devono andar perse. Cose non adatte ai bambini, ecco…” stava farfugliando. Doveva ricordarsi di prendere il solito calmante, più tardi. “Ora dormi, amore, fai sogni d’oro” la baciò sulla fronte e spense la luce. Attese di sentirla addormentata, poi si diresse verso lo studio. Piano aprì il cassetto della scrivania. I ritagli di giornale erano ordinatamente allineati con quei titoli evidenziati in nero: “Il marito colpevole. Confessa l’assassinio il marito della giovane madre. Il marito tradito da prove schiaccianti. La bambina quasi certamente affidata ai nonni materni”. La foto della figlia sorridente nel giorno delle nozze tra quei fogli. Piano Carmela richiuse il tiretto, non prima di aver baciato la foto della figlia per l’ennesima volta. Meno male che Giulia faceva poche domande sulla mamma, quella mamma volata in cielo dopo breve malattia, era tutto quello che doveva sapere. Il papà? Anche lui, certo, dato che, grazie a Dio, il meritato ergastolo l’avrebbe tenuto lontano. Carmela chiuse a doppia mandata quella porta e sistemò la chiave in alto, in uno stipetto quasi inaccessibile. Si affacciò alla camera da letto della bambina: “Dormi, amore, dormi” bisbigliò con affetto.